Garlasco e il circo degli orrori: quando tutti diventano giudici (e nessuno si vergogna)

Sono passati un sacco di anni da quel maledetto agosto 2007. Eppure, a pensarci bene, il delitto di Garlasco ce lo portiamo ancora addosso come una brutta cicatrice. Non solo per l'orrore del fatto in sé, ma perché rappresenta il momento esatto in cui la tv del dolore ha sbracato del tutto, perdendo definitivamente il senso della misura.

​Guardiamo in faccia la realtà: da quel giorno in poi abbiamo assistito alla moltiplicazione dei pani, dei pesci e dei "criminologi". Gente che magari fino al giorno prima faceva tutt'altro, improvvisamente folgorata sulla via di Damasco e trasformata in esperta di genetica, balistica, analisi della camminata e profili psicologici. Il confine tra il professionista serio – quello che si chiude in laboratorio, legge le carte e parla solo se interrogato – e l'opinionista da strapazzo è stato letteralmente piallato via per fare posto allo share.

​Ed è qui che sale la rabbia vera. Pur di beccarsi un'inquadratura, pur di strappare il gettone di presenza nel salottino pomeridiano tra una ricetta di cucina e un gossip, si tira a indovinare. Si butta lì la teoria strampalata, il dettaglio pruriginoso, il "secondo me" che non si poggia su nulla ma che fa tanto clamore. È un tiro al bersaglio disperato dove vince chi la spara più grossa. Del rigore scientifico, delle carte processuali o anche solo del banale buonsenso non frega più niente a nessuno: l'importante è lo show, tenere il telespettatore attaccato allo schermo prima della pubblicità.

​In mezzo a questo chiacchiericcio sguaiato, da bar sport prestato alla cronaca nera, la cosa che mette davvero i brividi è la rimozione totale della gravità di ciò che è successo. Ci siamo scordati che stiamo parlando di una ragazza di 26 anni massacrata tra le mura di casa sua.

​Chiara Poggi, in questo circo, è diventata quasi un espediente narrativo, un pretesto per riempire ore e ore di vuoto catodico. Il rispetto minimo sindacale per una vita spezzata, e per il dolore devastante di chi resta, viene costantemente silenziato dal vociare di chi ha sempre una sentenza in tasca, ma mai un briciolo di decenza.

​Insomma, il caso Garlasco ci ha sbattuto in faccia una verità che ancora fatichiamo ad ammettere: a forza di spettacolarizzare la morte, abbiamo perso il pudore. E mentre torme di tuttologi in cerca di gloria continuano a pontificare rimbalzando da un canale all'altro, viene da chiedersi se il vero orrore sia solo quello che si è consumato in quella villetta, o la sconcertante facilità con cui siamo stati disposti a trasformare una tragedia nel nostro passatempo preferito.

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L’Ombra sopra i Tre Colli: Anatomia di un Abisso Collettivo

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La fallacia del termine: oltre la suggestione mitologica (Angelo della morte)